Vecchie e nuove disuguaglianze

Un dialogo sul significato e l'accettabilità delle disuguaglianze tra economia, sociologia e narrativa

04 OTTOBRE 2015, TEATRO COMUNALE, FERRARA
Riassunto
Incalzati dagli spunti della giornalista Roberta Carlini, la sociologa Chiara Saraceno, l'economista Maurizio Franzini e la scrittrice Michela Murgia intersecano le loro prospettive sul complesso tema della disuguaglianza, portando alla luce i meccanismi che la regolano come risposta alla sua assenza nel discorso politico.

Presso il Teatro Comunale di Ferrara ha avuto luogo, nell'ambito del Festival Internazionale, un dibattito sul delicato tema delle disuguaglianze. Ha moderato l'incontro la giornalista Roberta Carlini, che ha introdotto gli interventi di Chiara Saraceno, sociologa, Maurizio Franzini, economista, e Michela Murgia, scrittrice.

Carlini introduce il dibattito proponendo alcuni spunti di riflessione che gli ospiti sono liberi a turno di approfondire. La disuguaglianza, dice, è un tema proposto con forza da una parte del dibattito culturale, specialmente in seguito alla crisi economica, ma allo stesso tempo debole e trascurato dal discorso politico. È quindi il caso di chiedersi, perché c'è disuguaglianza – e perché non ce ne occupiamo? E poi, se anche la disuguaglianza fosse strutturale alla prosperità economica, dovremmo per questo ritenerla accettabile?

Chiara Saraceno inizia con l'approfondimento del legame tra disuguaglianza e povertà. In Italia, argomenta Saraceno, nel triennio 2010-2012 c'è stato un aumento vertiginoso nel numero dei poveri assoluti, passati da 2.4 a 6 milioni. «L'esito più drammatico della crisi è stata la trasformazione di quelle categorie di popolazione già vulnerabili – famiglie monoreddito, immigrati, parte del Mezzogiorno – in poveri assoluti, che adesso non riescono ad accedere ai beni di prima necessità. E per la prima volta nel nostro paese, molti poveri assoluti sono minori». La crisi, continua la sociologa, ha portato alla luce tutta la debolezza dell'Italia, sempre ancorata ad un sistema di protezione sociale in gran parte solidaristico. Se gli effetti della crisi si sono sentiti solo dal 2010, e non dal 2007 quando la crisi è scoppiata, è stato perché «gli italiani in quel periodo hanno iniziato ad intaccare i loro risparmi. C'era chi diceva che la crisi era passeggera, che si vedeva la luce in fondo al tunnel: e gli italiani, senza averne colpa, ci hanno creduto». A distanza di anni, nel discorso pubblico si parla ancora molto poco di come ridurre le disuguaglianze. Prevale la retorica che basta aumentare l'occupazione, ma si continua a non fare niente per chi ha un reddito nullo o insufficiente: non ci sono trasferimenti per il costo dei figli, ad esempio, e siamo l'unico paese in Europa insieme alla Grecia che non prevede il reddito minimo.

Maurizio Franzini, economista, si occupa invece dell'altro estremo prodotto dalla disuguaglianza, ovvero i grandi ricchi. «In Italia, l'1% della popolazione si appropria di circa 10% del reddito nazionale», spiega, «ma nei paesi anglosassoni si arriva anche al 20%». In una società dove vince l'individualizzazione, i grandi manager, ad esempio, ricevono compensi straordinari perché accentrano il merito del successo di un'azienda, quando invece la prosperità è frutto di un lavoro necessariamente collettivo. «ʻIl vincitore che prende tuttoʼ è un'idea pericolosissima: se uno è meglio dell'altro, deve prendere un po' più dell'altro, non 50 volte tanto». I termini in cui il mercato premia il (presunto) merito vanno quindi completamente ripensati, ma la riflessione politica, specialmente progressista, è in enorme ritardo: «Di fronte a questa evidente asimmetria, non ci siamo ancora chiesti in che mondo vogliamo vivere: quali disuguaglianze sono accettabili? E soprattutto, quali siamo disposti ad accettare?».

Conclude Michela Murgia, scrittrice, evidenziando come la narrazione politica sia stata progressivamente ridotta ad una forma di storytelling in cui la realtà viene appiattita su una serie di semplificazioni. «In Italia», dice, «a seconda di chi governa si alternano la trama catastrofista e quella minimizzante: il popolo è sempre pronto a delegare grosse fette di potere in quanto o la catastrofe è imminente, e ogni misura d'urgenza è valida, oppure non esiste e quindi non è necessario preoccuparsene». Sia la politica che i commentatori esterni hanno storicamente trattato gli italiani come un popolo che non è in grado di pensare la complessità, perciò Il gap tra le due narrazioni dominanti non è ancora stato colmato, e un dialogo serio sulla disuguaglianza rimane difficile. L'altro punto di Murgia riguarda la sostenibilità del sistema meritocratico che abbiamo costruito: «il nostro sistema, per ogni singolo che eccelle, crea tutta una serie di esclusi che formano la base della piramide su cui quel singolo scarica il peso; l'eccellente ce la fa sempre a dispetto del sistema, e non grazie ad esso». Murgia porta poi come esempio il sistema danese, che invece mira a creare una ʻmedia altaʼ per tutti, in cui nessuno è incoraggiato ad emergere per concedere agli altri di non scendere sotto il livello: «da loro, chiunque cerchi l'eccellenza individuale viene considerato un nemico collettivo». Ridurre la disuguaglianza significa, quindi, anche saper immaginare una nuova trama che sovverta la nostra idea di merito: «i meccanismi competitivi ci mettono continuamente l'uno contro l'altro, e anche chi eccelle vive nella paura. Dobbiamo iniziare a discutere di trame – immaginare che stiamo camminando su un cumulo di cadaveri – per capire che la nostra idea di merito non è l'unica possibile».

(Alice Marsili)

Dichiarazioni
"Quando la crisi è iniziata, gli italiani hanno iniziato ad intaccare i loro risparmi. C'era chi diceva che la crisi era passeggera, che si vedeva la luce in fondo al tunnel: e gli italiani, incolpevolmente, ci hanno creduto" Chiara Saraceno
"Il merito, ammettendo che sia tale, viene premiato dal nostro sistema in maniera completamente sproporzionata. ʻIl vincitore che prende tuttoʼ è un'idea pericolosissima: se uno è meglio dell'altro, deve prendere un po' più dell'altro, non 50 volte tanto" Maurizio Franzini
"I meccanismi competitivi su cui si basa la nostra idea di merito ci mettono continuamente l'uno contro l'altro, tanto che anche chi eccelle vive nella paura. Dobbiamo iniziare a discutere di trame – immaginare che stiamo camminando su un cumulo di cadaveri – per capire che il nostro modo non è l'unico possibile" Michela Murgia
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Profilo Aziendale Internazionale 2015

Internazionale a Ferrara è il festival di Internazionale. Un weekend di incontri con giornalisti, scrittori e artisti provenienti da tutto il mondo.

Nel 2014, con 230 ospiti arrivati da trenta paesi, workshop, conferenze in live-streaming, mostre, concerti, proiezione di documentari, laboratori per bambini, Internazionale a Ferrara ha registrato 71.000 presenze, con un aumento di pubblico del 12% rispetto all’edizione precedente

L’ingresso agli eventi è gratuito, tranne quello ai documentari.

Tra gli ospiti delle edizioni passate: Natalie Nougayrède, Jayati Ghosh, Arundhati Roy, Bill Emmott, Dana Priest, Evgeny Morozov, Olivier Roy e Roberto Saviano.

Tutti gli eventi si svolgono nel centro storico di Ferrara dove è facile spostarsi a piedi o in bicicletta.

Nel corso degli anni si è provveduto a un progressivo abbattimento di tutte le barriere architettoniche nelle location del festival. Anche quest'anno, alcuni degli incontri saranno tradotti nella lingua dei segni italiana (LIS), al fine di integrare e migliorare i servizi offerti alle persone diversamente abili. In questo modo “Internazionale a Ferrara” si è configurato come il primo festival italiano completamente accessibile.

Dal 2009 inoltre il festival organizza il premio giornalistico Anna Politkovskaja, per ricordare la giornalista russa uccisa nel 2006.

Il festival, nato nel 2007, è organizzato da Internazionale in collaborazione con il comune e la provincia di Ferrara e la regione Emilia-Romagna.

Per informazioni scrivi a festival@internazionale.it