Srebrenica, vent'anni dopo

Come la comunità internazionale abbandonò la Bosnia e permise il genocidio

03 OTTOBRE 2015, TEATRO COMUNALE, FERRARA, ITALIA
Riassunto
Vent'anni dopo la strage di Srebrenica non è ancora chiaro il perché la città fu lasciata sola. L'immobilismo della comunità internazionale, con l'ONU incapace di decidere il da farsi è ancora spunto di discussione. I morti furono oltre 8.000. Un strage seconda solo a quella compiuta da Hitler.

Nel luglio del 1995 la città di Srebrenica fu occupata e circa 8000 uomini furono sterminati dalle truppe serbo bosniache del generale Ratko Mladic.
Al Teatro Comunale Jacopo Zanchini di Internazionale, assieme ai giornalisti Ennio Remondino e Ed Vulliamy del The Guardian e Christine Schmitz, infermiera che ha vissuto in prima persona la strage, ricordano la triste vicenda e le motivazioni, spesso non ufficiali, del perché la comunità internazionale permise la strage. E' il genocidio di Srebrenica, riconosciuto come tale solo dal Tribunale Penale Internazionale per l'ex-Jugoslavia il 19 aprile 2004, ma che l'ONU fatica ancora a riconoscere anche a distanza di vent'anni. Colpa dei veti di Russia, Venezuela e l'astensione della Cina.
“5 giorni di bombardamenti continui e poi la calma prima della tempesta”, ricorda Christine Schmitz con evidente emozione.
Il riferimento è all'intenso attacco aereo che di fatto mise in ginocchio la città prima che le truppe serbo-bosniache la invadessero e dessero il via alla deportazione e poi all'uccisione di oltre 8.000 uomini e ragazzi. “E' stato il fallimento di tutta l'ONU, incapace di gestire la situazione. Da quel momento in poi non parteciperà più ad azioni di peacekeeping lasciando l'impegno alla Nato. "Non credo”, evidenzia Remondino, “che sia stato un caso”.

Non un solo proiettile fu sparato dal contingente olandese incaricato di proteggere la città, anche quando era evidente quello che stava accadendo. Si diede la colpa al fatto che le Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell'ONU fino a quel momento votate, non dessero alla Forza mezzi ed autorizzazione per agire. Ma la storia racconta anche che le truppe di Mladic usarono la benzina degli olandesi per i loro bulldozer per spostare i resti umani nelle fosse comuni. “Ho visto donne, anziani e bambini separati dagli uomini e dai ragazzi, colpevoli solo di essere mussulmani e di poter imbracciare un fucile”, un momento che la Schmitz ricorda con vigore anche a distanza di vent'anni. “Un uomo mi affido suo figlio piccolo prima di cercare di fuggire. Purtroppo non ci riuscì e lo trovarono morto finito il conflitto”.
“Ma perché è accaduto tutto questo?” chiede il giornalista di Internazionale.
“Si è pensato che la spartizione del territorio dovesse passare da una guerra interna più che da un accordo di pace. Ecco perché alla fine nessuno è intervenuto”, spiega Ed Vulliamy, inviato all'epoca per il quotidiano inglese. La pace alla fine arrivò, ma solo a 4 mesi dalla strage, con l'accordo di Dayton. Una pace sulle macerie di Srebrenica.
“Quelli che da casa videro le prime immagini, grazie alla Rai”, ricorda Remondino, “videro solo le macerie dei bombardamenti. Immagini tragiche. Per fortuna non potevano sentirne l'odore. Su quelle macerie si respirava odore di morte”.
Il più grande massacro, secondo per atrocità solo a quello delle Seconda Guerra Mondiale.
“Il soldati incaricati di fucilare le migliaia di persone” racconta Vulliamy, “chiesero delle sedie perché troppo stanchi. Era una situazione quasi paradossale. Durante i bombardamenti c'erano persone che giocavano a carte.”
“Era un via vai continuo di pullman carichi di persone da uccidere. Potevamo fare di più per salvarle?” Christine Schmitz lo ripete più volte durante l'incontro. Alla sua richiesta all'ONU di generi di prima necessità, medicine o semplici garze non ricevette mai risposta. Durante i bombardamenti riuscì a rifugiarsi in un bunker sotto l'ospedale ma poté assistere alla deportazione. La storia di Srebrenica ricorda altre guerre più attuali come quella in Siria dove sono stati usati anche armi chimiche. Anche qui cosa sta facendo la comunità internazionale? Vent'anni fa i pacifisti scendevano in piazza a migliaia, manifestando contro ogni forma di rappresaglia. “E ora?”, si chiede Jacopo Zanchini. “Diciamo”, sottolinea sarcastico Remondino, “che ultimamente non ho colto movimenti di piazza. Volendo essere buoni, diciamo che forse oggi c'è meno passione e più razionalità.”

(Nicola Gemignani)

Download PDF
Download PDF
Profilo Aziendale Internazionale 2015

Internazionale a Ferrara è il festival di Internazionale. Un weekend di incontri con giornalisti, scrittori e artisti provenienti da tutto il mondo.

Nel 2014, con 230 ospiti arrivati da trenta paesi, workshop, conferenze in live-streaming, mostre, concerti, proiezione di documentari, laboratori per bambini, Internazionale a Ferrara ha registrato 71.000 presenze, con un aumento di pubblico del 12% rispetto all’edizione precedente

L’ingresso agli eventi è gratuito, tranne quello ai documentari.

Tra gli ospiti delle edizioni passate: Natalie Nougayrède, Jayati Ghosh, Arundhati Roy, Bill Emmott, Dana Priest, Evgeny Morozov, Olivier Roy e Roberto Saviano.

Tutti gli eventi si svolgono nel centro storico di Ferrara dove è facile spostarsi a piedi o in bicicletta.

Nel corso degli anni si è provveduto a un progressivo abbattimento di tutte le barriere architettoniche nelle location del festival. Anche quest'anno, alcuni degli incontri saranno tradotti nella lingua dei segni italiana (LIS), al fine di integrare e migliorare i servizi offerti alle persone diversamente abili. In questo modo “Internazionale a Ferrara” si è configurato come il primo festival italiano completamente accessibile.

Dal 2009 inoltre il festival organizza il premio giornalistico Anna Politkovskaja, per ricordare la giornalista russa uccisa nel 2006.

Il festival, nato nel 2007, è organizzato da Internazionale in collaborazione con il comune e la provincia di Ferrara e la regione Emilia-Romagna.

Per informazioni scrivi a festival@internazionale.it